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Stadi vietati alle donne: è morta la “Blue girl”, si era data fuoco per protesta

Non ce l’ha fatta Sahar Khodayari, la 29enne tifosa iraniana che nei giorni scorsi ha sacrificato la sua vita per rivendicare il diritto delle donne di entrare negli stadi

Era diventata famosa con il soprannome “La ragazza blu”, perché amava indossare la maglietta blu dell’Esteglal, sua squadra del cuore di Teheran. E per quella passione ha combattuto fino alla morte, con la speranza di liberare ogni donna iraniana dal divieto di manifestare la propria passione all’interno di uno stadio. Qualche giorno fa Sahar ha scelto di compiere il gesto più forte, dandosi fuoco davanti al tribunale di Teheran, che l’aveva condannata a 6 mesi di reclusione per una grave colpa: quella di essere entrata nello stadio Azadi. Ironia della sorte “Azadi” in persiano vuol dire proprio “libertà”. Stessa libertà che è stata tolta a Sahar, che dopo giorni di agonia è morta a seguito delle gravi ustioni riportate (su oltre il 90% del corpo).

La ragazza blu ha avuto solo una colpa: quella di essere una persona normale in un mondo sovrastato da retaggi culturali folli e medievali. La pensa così anche il capitano della nazionale iraniana, Masoud Shojaei, che ha duramente condannato queste leggi che creano imparità e conseguenze disastrose. Si era esposto anche nel 2018, cercando invano di far assistere ad una sua partita la madre e le sorelle.

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